Patria, patrioti, confini sono state, tra slogan, striscioni, manifesti e ammennicoli vari, le parole più battute del raduno sul prato di Pontida, più vicino a un pascolo bovino che a una kermesse politica se non altro per il solito fiorire di corna sugli elmi che da quelle parti spesso fanno capolino.
Il refrain è stato quello dei confini, che a difenderli non è reato, peccato che mancasse l’aggressore, l’esercito armato di triremi pronte a distruggere gli eredi di Romolo e a invadere il sacro suolo di quello che, un paio di centinaia di anni dopo, divenne l’impero.
E già perché, se non fossimo nel 2024, a sentire queste parole sembrerebbe di stare nel 261 a.C. quando ad Agrigento Marco Attilio Regolo sconfisse Amilcare Barca, quello che fu il padre del famosissimo Annibale.
Ma allora le guerre era “puniche”, (uno, due e tre), e c’era davvero da difendere i confini della repubblica (quella Romana) che i Cartaginesi non le mandavano a dire e le suonavano di santa ragione.
Ma a Salvini ‘sta cosa piace e, mentre abbraccia Orban, la maglietta con la scritta “patriota” la ostenta con la stessa pavoncella fierezza con la quale le ragazze del Papeete ostentavano la settima del loro décolleté nei quali aveva affogato la faccia Salvini, paonazza non si sa se più per gli ormoni in subbuglio o per l’apnea.
Fa più specie però vedere quel popolo di trinariciuti, pascolanti a Pontida, credere a queste fregnacce e ripeterle di continuo negli slogan e fa niente che tra loro ci dovrebbero essere anche imprenditori, professionisti, persone comunque dotate di un po’ di cultura che dovrebbero sapere che Salvini non ha difeso un cacchio niente ma ha solo perseguito la sua “demagogia degli sbarchi” con la quale ha cercato di ossessionare il paese.
E già perché vedere in Carola Rackete, e la sua nave di disperati, una minaccia pari a quella di Amilcare Barca e del suo esercito Cartaginese è solo una ossessione da deficienti.
Che poi diciamocela tutta: ma mica ce lo siamo scordati che il “capitano”, campione giovanile dei telequiz,
quando guidava una Lega che era al 2% e raccoglieva voti solo in Lombardia, sputava sul tricolore e derideva l’inno di Mameli, applaudiva alle carnevalate secessioniste dei leghisti veneti e diceva che l’Italia finiva sulle sponde del Po.
Insomma erano anni quelli in cui per Salvini la parola “patria” significava da Milano a Legnano e l’unico eroe che conosceva era Alberto da Giussano, per cui questi odierni richiami all’Italia, ai suoi confini, che oggi proclama a destra e a sinistra hanno il cattivo odore della ipocrisia e delle falsità, due ingredienti che si coniugano alla perfezione nel minestrone della demagogia.
Ma queste non sono state le sole sciocchezze ascoltate a Pontida.
Ad un tratto tocca a Giorgetti e con il Ministro dell’Economia non si poteva parlare che di tasse e imposizione fiscale.
Il ministro ammette che il suo mestiere “non è facile” e racconta che il governo è al lavoro per cercare “di tradurre in fatti un principio di buon senso” e cioè quello di abbassare le tasse.
Da “figlio di un pescatore e di un’operaia tessile”, continua il Ministro, “so distinguere chi fa sacrifici e chi li può fare”.
“I sacrifici li devono fare tutti in base a chi ha più capacità contributiva”, poi conclude e non devono essere i “negozianti e gli operai ad essere sempre quelli che fanno i sacrifici”.
Sì certo, pure questi continui richiami alla difesa delle tasche della povera gente sono seducenti.
Poi però ci spiegasse Giorgetti perché le accise sui carburanti aumentano invece di essere tagliate, come promise più volte il suo leader, e non ci dica che non sa quali effetti inflattivi il costo della benzina ha sul mercato impoverendo ancor più proprio le famiglie più umili che a loro starebbero tanto care.
Ma questo non l’abbiamo già detto?


1 commento
OTTIMO