di Vicky Amendolia.
Si è tenuta a Palermo, presso la Casa del Popolo Peppino Impastato, la presentazione del libro di Diego Siragusa
“Donne che amano la guerra” edito da Arianna Editrice. Un incontro non rituale, non celebrativo, non adagiato nella consueta liturgia delle presentazioni editoriali, ma attraversato da un filo polemico e culturale di rara intensità: la domanda, scomoda e necessaria, se la presenza femminile nei luoghi del potere rappresenti davvero, di per sé, una promessa di pace, giustizia ed equilibrio, o se possa invece diventare il volto più moderno, levigato e seducente della medesima macchina del dominio. Il volume, pubblicato nella collana “Un’Altra Storia”, viene presentato dall’editore come un’indagine sul “volto femminile della guerra” e sulla selezione di nuove élite femminili pienamente integrate nei meccanismi politici, militari e finanziari dell’Occidente.
A introdurre l’incontro è stato Pino Bertoldo, presidente dell’Associazione Casa del Popolo Peppino Impastato, che ha organizzato l’evento. Il suo intervento non si è limitato a una presentazione di circostanza, ma ha assunto la forma più utile e più nobile dell’introduzione: quella che apre problemi, pone interrogativi, indica piste di lettura, senza pretendere di chiudere il discorso prima ancora che l’autore prenda la parola.
Bertoldo ha colto uno dei nuclei più provocatori del libro: l’accesso delle donne alle massime cariche degli Stati e delle istituzioni internazionali è un fenomeno storico certamente nuovo, ma non necessariamente rivoluzionario. La modernità numerica, infatti, non coincide sempre con la trasformazione sostanziale. Le quote, la rappresentanza, la presenza femminile nelle liste elettorali e negli organismi di potere possono apparire come segni di progresso; ma, se restano immerse nello stesso orizzonte culturale, economico e geopolitico, rischiano di diventare soltanto la formalizzazione elegante di un diritto d’accesso a un sistema che non cambia.
Il punto, in fondo, è questo: non basta che le donne entrino nel potere, se il potere resta identico a se stesso.
Bertoldo ha insistito, con particolare efficacia, sullo scenario storico apertosi dopo il crollo del Muro di Berlino. È lì che, secondo la traccia da lui proposta, si consuma non soltanto la fine di un ordine geopolitico, ma anche l’abdicazione culturale di ampi settori della sinistra europea, progressivamente conquistati dal dogma della superiorità del libero mercato, dall’americanismo culturale, dalla seduzione della ricchezza, dalla politica ridotta a spettacolo e dalla retorica di un progressismo di facciata. La celebre immagine di Josep Borrell, secondo cui l’Europa sarebbe un “giardino circondato dalla “giungla”, è stata evocata come emblema di una mentalità occidentale che continua a percepirsi come centro morale del mondo, mentre troppo spesso agisce come centro operativo dell’Impero.
In questa cornice si collocherebbe, secondo la lettura suggerita da Bertoldo, la formazione di un nuovo ceto politico femminile: non necessariamente più libero, più critico, più pacifico, ma spesso perfettamente allineato alla grammatica del potere dominante. Donne selezionate, promosse, esposte, rese icone di modernità e di emancipazione, ma inserite dentro una logica che non mette minimamente in discussione la guerra, il riarmo, le gerarchie economiche, la subordinazione europea agli interessi atlantici.
La riflessione, naturalmente, non riguarda “le donne” in quanto tali. Sarebbe una banalizzazione persino volgare. Riguarda, piuttosto, l’uso politico e simbolico del femminile. Siragusa — filosofo, scrittore e studioso del Medio Oriente e della colonizzazione della Palestina — parte proprio da questa frattura: l’idea che l’ascesa femminile al potere non produca automaticamente più empatia, più giustizia o più dialogo, quando quelle stesse donne vengono formate e indirizzate dentro un modello neoliberale, coloniale e bellico.
Il libro attraversa figure molto diverse tra loro: da Madeleine Albright a Hillary Clinton, da Condoleezza Rice a Victoria Nuland, da Ursula von der Leyen ad Annalena Baerbock, fino alle leader europee e israeliane che, in modo diverso, hanno incarnato una postura politica aggressiva, securitaria o apertamente interventista. Ma l’interesse dell’opera non sta nel compilare un catalogo di donne “cattive”, operazione che sarebbe rozza e inutilmente scandalistica. Sta, invece, nel mostrare come il potere contemporaneo sappia appropriarsi anche dell’emancipazione femminile, trasformandola in un dispositivo di legittimazione.
Il libro di Siragusa, pur muovendosi su un terreno geopolitico e polemico diverso, incrocia questo medesimo nodo: la parità non può consistere nel diritto delle donne a imitare il peggio degli uomini. Non è progresso vedere una donna sedere ai vertici della politica internazionale, se da quella posizione sostiene guerre, alimenta tensioni, benedice riarmi, giustifica logiche coloniali o securitarie. Una donna che esercita il potere secondo la medesima grammatica della forza non redime quel potere: lo rende soltanto più presentabile.
Dopo l’introduzione di Bertoldo, Diego Siragusa ha parlato diffusamente del suo libro, ricostruendone le ragioni profonde. Il suo intervento ha restituito il senso di un lavoro che non intende semplicemente provocare, ma costringere il lettore a uscire dal sonno dogmatico del politicamente corretto. La domanda che attraversa il volume è semplice, ma devastante: se la guerra viene presentata con volto femminile, con parole progressiste, con linguaggio umanitario, con il lessico dei diritti, essa diventa forse meno guerra? La risposta, evidentemente, è no.
Anzi, il pericolo è proprio questo: che la guerra diventi più accettabile perché raccontata da figure che l’immaginario pubblico associa alla cura, alla moderazione, alla sensibilità. È il vecchio potere che cambia abito. È la violenza che impara il lessico dell’inclusione. È l’Impero che scopre l’utilità estetica del tailleur.
Particolarmente delicata è la parte del discorso relativa alle figure femminili israeliane. Qui il tema della guerra si intreccia con quello della sicurezza, della memoria, della sopravvivenza nazionale e della narrazione permanente dell’assedio. Ma proprio per questo la questione si fa ancora più radicale: quando la sicurezza diventa religione civile, quando il nemico diventa categoria permanente, quando la forza viene presentata come destino storico, la leadership femminile introduce una diversa grammatica politica o finisce per dimostrare di saper parlare la lingua della durezza meglio degli uomini?
È stato questo, forse, uno dei punti più intensi dell’incontro: la consapevolezza che il femminile non è, per natura, garanzia di pace. Può esserlo, se diventa cultura della cura, della misura, del limite, della responsabilità. Ma può anche essere assorbito dal potere fino a farsene strumento, ornamento, assoluzione.
Dopo l’intervento dell’autore, il pubblico ha animato un dialogo fitto, vivace, non banale. Si sono susseguite domande e riflessioni che hanno ampliato il perimetro del confronto, trasformando la presentazione in una discussione politica e culturale vera. Tra gli interventi più interessanti quelli della giornalista e scrittrice Angela Fais, e poi quelli di Benedetto Prestifilippo, Giuseppe Zito, Luigi Patti e Romina Lombardo. Non semplici domande, ma osservazioni capaci di toccare le diverse nervature del libro: la crisi della sinistra, l’abiura del pacifismo, il rapporto tra femminismo e capitalismo, la manipolazione del consenso, la trasformazione della politica in spettacolo, il rischio di un’emancipazione ridotta a carriera individuale dentro strutture rimaste oppressive.
È emersa, in particolare, una distinzione essenziale: altro è la donna che combatte perché costretta dalla storia, dalla difesa della propria terra, dalla resistenza a un invasore; altro è la donna che fa della guerra una postura ideologica, una prova di affidabilità atlantica, una patente di accesso ai salotti del potere globale. Le donne partigiane, le combattenti che resistono per necessità, le figure tragiche della storia non possono essere confuse con le vestali mediatiche del riarmo permanente.
Qui il libro di Siragusa diventa più che mai attuale. Viviamo in un tempo nel quale il potere non reprime sempre con il volto brutale delle dittature novecentesche. Spesso seduce, anestetizza, produce consenso attraverso immagini, parole, slogan, tecnologie, modelli aspirazionali. Il potere contemporaneo può essere “soffice”, impercettibile, apparentemente liberale; può parlare di diritti mentre neutralizza il dissenso, di libertà mentre organizza obbedienza, di pace mentre prepara guerre.
E in questo teatro, anche un certo femminismo rischia di diventare funzionale. Un femminismo del “self empowerment”, delle carriere individuali, delle donne ai vertici purché nulla cambi alla base; un femminismo che celebra la donna amministratore delegato, la donna generale, la donna ministro della guerra, ma dimentica le donne povere, le lavoratrici sfruttate, le madri senza sostegni, le precarie, le escluse, le invisibili.
La domanda posta idealmente dal libro e rilanciata dall’incontro palermitano è dunque questa: il femminismo ha creato un mondo migliore per tutte le donne, o ha consentito a una ristretta élite femminile di partecipare, finalmente alla pari, alla gestione dell’oppressione dei più deboli?
È una domanda scomoda. Proprio per questo necessaria.
La presentazione alla Casa del Popolo Peppino Impastato ha avuto il merito di non addomesticarla. Non si è cercato il consenso facile, né la rassicurazione ideologica. Si è discusso di donne, certo, ma soprattutto di potere. Si è parlato di femminismo, ma anche di capitalismo, imperialismo, guerra, manipolazione culturale, subalternità europea, tradimento della sinistra. Si è parlato di parità, ma senza la melassa rituale che spesso accompagna l’argomento.
E forse è proprio questo il valore più alto dell’incontro: avere riportato la questione femminile fuori dal recinto della retorica e dentro il campo della politica.
Perché le donne non hanno bisogno di essere celebrate come categoria morale. Hanno bisogno di essere prese sul serio. E prendere sul serio le donne significa anche criticarle, giudicarle, chiamarle alla responsabilità. Significa non assolverle in anticipo perché donne, né condannarle per pregiudizio. Significa riconoscere loro piena soggettività politica. Dunque, piena responsabilità storica.
Il libro di Diego Siragusa può piacere o irritare, convincere o suscitare obiezioni. Ma ha un merito raro: obbliga a pensare. E, in un tempo che preferisce l’applauso automatico alla riflessione, non è poco.
Alla fine, resta una verità semplice, quasi brutale: una donna al potere può essere una conquista. Ma se quel potere continua a produrre guerra, dominio e disuguaglianza, la conquista è soltanto apparente.
Anna Kuliscioff avrebbe chiesto giustizia, non scenografie. Marisa Bellisario avrebbe chiesto merito, non indulgenze. E chiunque abbia davvero a cuore la libertà delle donne dovrebbe diffidare di ogni emancipazione che consista soltanto nel diritto di sedere, finalmente, dalla parte dei dominatori.
Perché il mondo non cambia quando il potere cambia volto.
Cambia solo quando cambia natura.

