Non saranno “4 gatti”, come ha maliziosamente chiosato qualcuno, che domani si riuniranno a Montegrotto per discutere, ma soprattutto progettare, un approdo autenticamente “riformista” per il popolo italiano.
Questa parola è diventata il mantra di questo paese, e della politica di questo paese, abusata, a volte stuprata, da personaggi assolutamente emblematici della profonda mediocrità culturale nella quale versa la politica in questa assurda stagione nata dopo “mani pulite”.
All’indomani della vergognosa operazione orchestrata presso la procura di Milano dal pool “borrelliano”, all’interno del quale agiva quel personaggio tanto oscuro da aver lasciato la toga pochi mesi dopo le sue attività di indagine e accusa per approdare in politica, tutto quello che di buono aveva costruito il sistema dei partiti nati dalla liberazione e dalla costituente fu spazzato via.
Si voleva dare una “ripulita” ma, come si suol dire, fu “buttato, con l’acqua sporca, anche il bambino”.
Che poi una ripulita de che? La fecero passare per corruzione ma furono solo finanziamenti irregolari, cioè non registrati; la fecero passare come la madre delle tangenti, per il suo “enorme ammontare”, quando qualche anno dopo solo quello che si mise in tasca uno spavaldo senatore abruzzese tesoriere della Margherita fu il doppio di quella che fu definita “maxi tangente”; lo fecero passare come un sistema marcio quando lo spettacolo indegno che diede la seconda Repubblica (di cui il tesoriere della Margherita fu una gocciolina nel mare) fu tanto immerso e intriso di volgare malaffare da indurre Borrelli a pentirsi e chiedere scusa per quello fatto in “mani pulite” nel 1994.
Furono atomizzati non solo le organizzazioni politiche ma anche i personaggi di quella stagione che avevano studiato la scienza della politica e frequentato la irripetibile scuola della politica che solo i partiti potevano garantire, per lasciare spazio al nuovo, alla gente presa per strada, non alle seste, settime o ottave linee di prima ma a chi non sapeva manco di cosa si stesse parlando, che si è ritrovata all’improvviso a occupare posti di potere e privilegi che non poteva immaginare.
E così vennero fuori cose orribili come l’Italia dei Valori, come successivamente i 5Stelle, come gli apriscatole in parlamento, come i bancomat dei gruppi parlamentari usati per comprare gomme americane, preservativi, vibratori o costosissimi fuoristrada al posto delle catene se facevano due fiocchi di neve, come il bipolarismo, come la legge sui nominati, come la riduzione del numero dei parlamentari.
Venne fuori una generazione di politici che di politica non sapevano e non capivano niente.
E questa pletora di parvenu, dopo qualche tempo, ha pensato bene di ricacciare dal cassetto un termine che proprio quello tsunami, orchestrato tra le ambasciate Usa, quelle israeliane, e l’ultimo piano del tribunale di Milano (la Procura), si era ripromesso di spazzare via, distruggere, annientare, estinguere per sempre, il movimento riformista, la gente riformista, al secolo i socialisti.
Consapevoli che questo termine era diventato di moda, perché fascinoso, seducente, ammaliante, pensarono di recuperalo senza però recuperare i socialisti, che del riformismo sono i legittimi proprietari e che di quella prima repubblica furono l’anima intellettuale, la élite culturale, la sapienza dotta e raffinata che sfornò le più grandi riforme della società italiana, a partire dallo statuto dei lavoratori e dal divorzio, per portarla avanti verso inimmaginabili livelli di emancipazione culturale ed etica.
E quindi questo benedetto “riformismo” se lo sono messo addosso, quasi fosse un cappotto buono per tutte le stagioni, tutti, ma proprio tutti, indegnamente perché era un cappotto che non era della taglia giusta, per indicare le loro varie ricette di riforme e riformicchie di alcuni e variegati comparti della macchina pubblica.
Beata e meschina ignoranza di figuri che non sanno manco di quel che parlano; aberrante ignoranza di chi ha fondato il gruppo parlamentare europeo di cui è stata eletta presidente proprio la Meloni: “Conservatori e Riformisti”.
Ecco questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Una aberrazione in termini, di cui ho già parlato spiegandone i motivi, che pensa di mettere insieme due opposti: conservatorismo e riformismo, conservazione e progresso. Ma vaff…lo va.
E quindi è proprio per questi motivi che non “4 gatti”, ma cifre a due zeri, si vedranno domani a Montegrotto. Per rimettere il “riformismo” al posto suo, tra i socialisti, e farlo crescere con l’aiuto quantomeno di chi gli assomiglia.
Perché il “riformismo” non è l’ammodernamento di settori dello stato, non sono le riformicchie realizzate o tentate negli ultimi trent’anni, il “riformismo” non può essere anche conservatore.
Con questa nobile parola, nata tra i socialisti negli ultimi anni dell’Ottocento, propria di Turati e Matteotti, dei fratelli Rosselli, poi di Saragat, poi della socialdemocrazia scandinava di Olof Palme, poi di Brandt e infine della socialdemocrazia europea di Gonzalez, Soares, Mitterand e ovviamente Bettino Craxi che ne fu l’ispiratore, si vuole dare un nome a quei socialisti che si proposero attraverso le riforme e il “riformismo” di ammodernare e far progredire la società attraverso una emancipazione dei suoi livelli culturali e verso più consapevoli valori etici di equità, di eguaglianza, di fratellanza e di pace.
Noi siamo epigoni ed eredi di quegli uomini e quella cultura e andiamo a Montegrotto per riprenderci i nostri valori, le nostre idee, la nostra storia e per costruire un’area che sappia custodirli e li sappia comunicare e trasmettere agli italiani.
Perché non si tratta di buttare il cuore oltre l’ostacolo, come ama dire qualcuno a sud del Vesuvio.
È arrivato il momento di lanciare la mente oltre il futuro.
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.


4 commenti
Concordo con gli intenti dell’ iniziativa; come uso dire, i socialisti, in Italia sono dappertutto tranne che a casa loro.
Condivido pienamente. Penso sia opportuno costituire anche un percorso organizzato.
Condivido pienamente. Penso sia opportuno definire una struttura organizzativa che dia seguito a questa iniziativa.
Semplicemente sacrosanto.. scalda l’anima e il cuore.. grazie e buon lavoro! Teneteci informati e .. Avanti! così.