Avete tempo fino al 29 giugno per visitare la mostra Art Déco -Il trionfo della modernità.
Il Palazzo Reale di Milano accoglie questa ulteriore magnifica collezione, che non delude per ricchezza di manufatti e attenzione ai dettagli.
La prima sala accoglie i visitatori con quello che può ben definirsi “il proclama” dell’Art Déco. È felice, infatti, la scelta del curatore di esporre un appunto della celebre (o famigerata) Margherita Sarfatti risalente al 1925, ma sempre attualissimo:
“INVOCHIAMO IL DONO DI UN PO’ DI BELLEZZA PER ADDOLCIRE, PER ARRICCHIRE, PER NOBILITARE L’ASPRA VITA QUOTIDIANA CON IL SORRISO DEL DIVINO, DEL SOLO INDISPENSABILE SUPERFLUO“
E fu proprio nel 1925 che si svolse a Parigi l’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes. Arts décoratifs: da qui deriva la formula Art Déco, a connotare proprio quello specifico linguaggio artistico che caratterizzò il decennio 1920 – 1930. Una corrente che seppe tradurre il Moderno allora incalzante, con le sue frenesie e le sue avanguardie, in fascinose opere d’arte.
Fu l’epoca dei cosiddetti Roaring Twenties: i teatri divennero lussuosi e fiabeschi, insieme ai cinema, caffè, alberghi, treni, transatlantici, autovetture, case e perfino abbigliamenti.
Il Grande Gatsby di Fitzgerald ha narrato tutto ciò nelle pagine più belle della letteratura dell’epoca. E forse è proprio grazie a lui che tutti ricordano quegli anni come impregnati dal glamour tipicamente snobistico, quello dalla vena erotica algida e un po’ ambigua, dall’eleganza assoluta e dalla voglia di vivere la contemporaneità provando a dimenticare i disastri della Grande Guerra appena passata.
Valerio Terraroli, curatore della mostra, è riuscito a riportare esattamente quel mood nelle sale espositive, raccontando le origini, lo sviluppo e i successi del Déco italiano a confronto con gli esempi francesi e austro-tedeschi. A cento anni dalla prima esposizione parigina, che raccolse oltre sedici milioni di visitatori, questa mostra è un degno omaggio alla Bellezza che fu ed è l’Art Déco. Fenomeno che abbandonò l’Europa agli inizi degli Anni 30 quando, mutate le condizioni político-economiche del Vecchio Continente, il Déco si spostò negli Stati Uniti per poi conquistare il resto del mondo.
Nel 1925 Parigi, padrona di casa della prima esposizione a tema, non invito’ la Germania, grande sconfitta nel primo conflitto mondiale. Ma neanche gli Stati Uniti vi presero parte, a causa degli eccessivi costi previsti. Eppure Parigi 1925 fu anche un evento di sottile diplomazia internazionale: la Francia consolidò il suo ruolo di arbitro del gusto e del commercio internazionali, mentre l’Italia e l’Unione Sovietica colsero l’occasione per uscire dal sostanziale isolamento politico rispetto alla comunità internazionale: l’Italia si presentò con il padiglione neorinascimentale di Armando Brasini, I’URSS con le forme costruttiviste di Konstantin Mel’nikov.
La presenza italiana, di altissima qualità, fu anche premiata con i Grand Prix a Gio Ponti e a Galileo Chini per le ceramiche, a Vittorio Zecchin per i vetri trasparenti, ad Adolfo Wildt per le sculture e a Renato Brozzi per gli argenti.
La Francia fece scalpore grazie alle ceramiche di Sèvres, le vetrate di Pierre Petit, gli acquerelli di Erté e coi vasi in rame smaltato di Camille Fauré. Molto acclamati furono anche gli ebanisti Jules Leleu, René Joubert e Philippe Petit, che proposero una linea geometrica per decorare gli ambienti lussuosi che ospitavano donne elegantissime, moderne e misteriose.
Sono le donne, per offrire un chiaro simulacro del tipo, che Gabriele D’Annunzio ritirare mirabilmente nei suoi romanzi.
Perché, del resto, simbolico nel movimento Decò è l’enorme cambio di passo sociale che, dopo la fine della Grande Guerra, consegna al mondo una donna ormai emancipata che non a caso porta i capelli tagliati à la garçonne, indossa abiti senza busti, gonne sempre più corte e abiti senza maniche. La moda rispecchia i tempi: i ruoli fino ad allora riservati esclusivamente agli uomini saranno ricoperti anche dalle donne.
Louise Brooks, Jeanne Lanvin, Paul Poiret, Gabrielle Chanel e le sorelle Callot creano una moda pronta a diventare produzione di largo consumo, sempre elitaria, ma disponibile a tutti.
La visione Déco sostituisce all’organicità serena e idilliaca dell’Art Nouveau una visione che attinge sia alle radici esotiche che a quelle del mito classico: una sorta di metamorfosi tra umano, divino e bestiale. Ancora una volta, si vuole esorcizzare la bassezza della Guerra trasmutando la tensione umana verso ideali trascendenti di soavità.
La massima espressione italiana dell’Art Déco resta indissolubilmente legata all’architetto milanese Gio (Giovanni) Ponti e, in particolare, alle sue ceramiche prodotte dalla Richard-Ginori. Nel catalogo Ceramiche d’arte del 1930 sono illustrati i circa 200 modelli e i 350 decori elaborati da Ponti negli anni della sua direzione artistica in fabbrica.


