Restano ancora pochi giorni, fino al 27 settembre, per poter raggiungere Milano e visitare a palazzo Reale la nuova installazione “site specific” di Anselm Kiefer, Le Alchimiste: un evento capace di trasformare lo spazio in un’esperienza percettiva totalizzante.
È un lavoro monumentale e coinvolgente, nel migliore del cosiddetto “stile Kiefer”: un artista che ci ha abituato a emozioni potenti, capaci di generare riflessioni che non si limitano al piano sentimentale, ma aprono interrogativi più profondi sul tempo, sulla memoria e sulle storie rimosse. In tale contesto la forza visiva non sta soltanto nella forza dell’impatto, ma nell’innesco critico: la dimensione emotiva diventa il punto di partenza per una lettura culturale e storica.
Le Alchimiste consistono in 38 enormi tele che sembrano invadere la splendida Sala delle Cariatidi. Il loro ingresso nello spazio produce un effetto quasi rituale: lo spettatore non si limita ad osservare, ma è coinvolto in un percorso che evoca una storia perduta, o quasi. Una storia rimasta intrappolata nelle pieghe del tempo, nel modo in cui le conoscenze sono state tramandate, censurate o disperse. Il fulcro è il contributo femminile a una disciplina antichissima, controversa e spesso segnata da un’aura di segretezza: l’alchimia, spesso e comunemente percepita come “tutta al maschile”, pur essendo ben più complessa e soprattutto innatamente legate all’essere femminile.
Non si tratta, tuttavia, di un racconto lineare: nella materia tormentata di Kiefer, la storia non assume mai la forma di una narrazione semplice o ordinata. Piuttosto, diventa un riferimento circolare, costruito su stratificazioni e affioramenti. Le figure delle alchimiste dimenticate non ci sono restituite come biografie compiute, ma come presenze: emergono dalla superficie increspata dei dipinti, in una sequenza di evocazioni che richiama la logica dell’alchimia stessa, fatta di trasformazioni, residui e metamorfosi.
E se l’opera trae ispirazione da qualcosa o da qualcuno, non lo fa tanto da un tema scelto a tavolino, quanto dal luogo. Sono infatti le grandi statue mutile della Sala delle Cariatidi, nate negli Anni Settanta del Settecento e poi devastate dai bombardamenti del 1943, a generare l’idea: quando Kiefer entra in un luogo, ne assimila l’identità profonda, ne coglie l’anima e la converte in linguaggio artistico. Come le cariatidi sopravvivono grazie ai loro frammenti, così sopravvivono le alchimiste: non integralmente, non in modo definitivo, ma in parti, in tracce, in indizi. Ed è proprio questa condizione di sopravvivenza a pezzi che Kiefer rende visibile, trasformandola in un messaggio.
Alcuni nomi, inoltre, possono risultare familiari: Caterina Sforza, ad esempio, è forse più nota per le vicende politiche che non per le sue ricette da erborista, ma resta un punto di incontro tra cronaca storica e immaginario della conoscenza. Accanto a lei, Marie Meudrac, spesso annotata nelle enciclopedie contemporanee con l’etichetta di chimica, pur provenendo da un contesto in cui i confini tra pratica, sapere sperimentale e linguaggio simbolico erano tutt’altro che netti. Molte altre figure, invece, restano oscure: nonostante la loro presenza nelle fonti o nelle tradizioni, il loro nome non sempre è giunto fino a noi con chiarezza.
In questo intreccio emergono contraddizioni e opposizioni produttive: alcune alchimiste hanno contribuito al progresso della chimica e della farmaceutica, altre incarnano quel lato inquieto e spesso in ombra che caratterizza le pratiche alchemiche, sospese tra sperimentazione e segni, tra ricerca e mistero. Eppure, il messaggio complessivo è univoco: tutte hanno partecipato all’avventura che trasforma la magia in scienza, cioè quel passaggio graduale in cui la curiosità sperimentale, sostenuta da intuizioni e materiali, diventa metodo e conoscenza verificabile.
Questa mostra è un’occasione preziosa per entrare nel mondo di Kiefer, ma anche per guardare con occhi nuovi la Sala delle Cariatidi. Quando l’arte è davvero tale, mette in dialogo il passato e il presente, facendo sì che lo spazio storico diventi linguaggio contemporaneo. In questo senso, Le Alchimiste sembra aver centrato pienamente l’obiettivo: la memoria non risulta così solo rappresentata, ma riattivata.

