Nel Regno Unito si vota oggi e il sapore della svolta si apprezza ovunque.
A Downing Street sono già state allestite le impalcature e si sono radunati i furgoni dei media per raccontare e immortalare il previsto cambio di inquilino a quel “n.10” che fu di Churchill e della Thatcher ma che ora, tutti sono certi, tornerà ad essere di un leader laburista.
Del resto ai laburisti inglesi è bastato compiere un percorso simile a quello del socialismo italiano degli anni ‘80 per recuperare a fette consensi tra la popolazione britannica.
È lo stesso Sun, giornale d’orientamento conservatore, brexiteer e populista, di proprietà dello squalo australiano Rupert Murdoch, che, abbandonando la causa dei Tory, si è unito al coro di endorsement e ha celebrato e spiegato come a Starmer, salutato come “il nuovo manager” di cui il Regno ha bisogno, sia bastato riportare il Labour al centro, dopo la parentesi della leadership della sinistra radicale di Jeremy Corbyn, per essere accolto all’unisono da gran parte della stampa e da gran parte della popolazione come il partito dell’auspicato e necessario cambiamento.
E così, facendo quello che del resto noi predichiamo da anni, Starmer con squilli di fanfara simili a quelli che accolsero Blair si appresta a dare il cambio al rassegnato Sunak.
Destino al quale gli stessi Tories appaiono anche loro rassegnati come ha detto nel comizio di chiusura il ministro del Lavoro Mel Stride, primo membro del gabinetto Sunak, che ha parlato di “una sconfitta a valanga senza precedenti, tale da garantire al Labour una maggioranza superiore al record di Blair del 1997”.
Paragoni forse tatticamente esagerati ma non irrealistici su cui il Labour si limita giusto a proiettare un’ombra di scaramanzia evocando il timore di un qualche calo d’affluenza dovuto all’assenza di suspense che, sulla carta, potrebbe incidere sulle dimensioni d’una super maggioranza comunque pressoché certa.
Del resto è il sospetto anche di Keir Starmer che, negli ultimi appelli, rivolge ai britannici l’incoraggiamento a non lasciarsi convincere “a restare a casa” se davvero vogliono quel “cambiamento” a cui tanti s’aggrappano “dopo 14 anni di caos Tory”.
L’istituto YouGov, del resto, predice ai Tories appena 102 seggi dei 650 attribuiti alla Camera dei Comuni.
Un picco negativo record a distanza siderale dai 431 previsti per i Laburisti che fanno impallidire i 418 conquistati da Blair.
Un’eredità logorante per il 44enne Sunak, destinato a diventare il volto di una debacle epocale, in parte riconducibile al suo partito (dagli scandali alla gestione della Brexit, alle divisioni interne, a certe scelte di politica economica o alle promesse fallite sull’immigrazione); in parte a circostanze esterne (crisi globali, pandemia di Covid, contraccolpi della guerra russo-ucraina e dell’escalation in Medio Oriente).
Altre stime li fanno precipitare addirittura persino sotto i 100 seggi, obbligati a guardarsi a destra dei populisti di Reform UK di Nigel Farage e al centro da un possibile avvicinamento, se non da un inedito sorpasso dai Liberaldemocratici di Ed Davey.
Come per magia sullo sfondo torna ad affacciarsi il controverso ma carismatico Boris Johnson. Riapparso a sorpresa in un comizio finale per infilare un piede nella porta del dopo elezioni oltre che mettere in guardia la pancia dell’elettorato conservatore dal rischio di “una batosta con la mazza ferrata” e dallo stare lontani dalla tentazione di votare Farage (definito tout court “putinista”) a costo di far stravincere Starmer, perchè un risultato dei populisti getterebbe il paese nel caos.
- Associazione socialista liberale
- Cose di provincia
- Dai teatri e altro
- Dal mondo
- Economia e Lavoro
- Il Mondo è Bello perché è Avariato
- Giustizia
- Il Corriere della Pera
- In evidenza
- Istituzioni e territorio
- L’editoriale
- L’occhiodelbue
- Non menare il can che dorme
- Parliamo di noi
- Pillole di cultura
- Politica
- Politique d’abord
- Prampoliniana
- Prima pagina
- Redazione
- Route El Fawari
- Sanita
- Sport in pillole
- Storia socialista
- Suffrangetta
Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.

