A nessuno. O quasi. Al mondo della finanza men che meno: per il secondo anno di seguito scema la pressione degli azionisti nelle grandi multinazionali per appoggiare risoluzioni pro-ambiente.
Ricordate i cosiddetti “parametri Esg“? Probabilmente no. Dietro l’acronimo ESG ci sono tre termini molto chiari: Environment (ambiente), Social, e Governance. Si tratta di tre dimensioni fondamentali per verificare, misurare, controllare e sostenere, attraverso l’acquisto di determinati prodotti o con oculate scelte di investimento, l’impegno di un’impresa in termini di sostenibilità. Erano concetti ritenuti fondamentali per assicurare una crescita industriale ed economica non dannosa per l’ambiente, che tutte le grandi aziende avrebbero dovuto perseguire seguendo determinati criteri.

Criteri da concretizzarsi mettendo in campo un insieme di standard operativi per raggiungere determinati risultati sia ambientali che sociali, e anche di governance imprenditoriale. Si tratta di criteri che sono poi, di norma, anche utilizzati dagli investitori per valutare e decidere le proprie scelte di investimento.
Ebbene: anche quest’anno i dati elaborati dal Financial Times dimostrano che il sostegno a queste proposte è stato ben inferiore a quello registrato nel 2021. Negli ultimi 12 mesi, a dirla tutta, solo due risoluzioni votate dagli azionisti, tra quelle legate al clima, hanno ricevuto il sostegno della maggioranza societaria tra le imprese incluse nell’indice Russell 3000, l’indice di borsa che comprende le 3000 società a maggior capitalizzazione al mondo.
Entrambe le risoluzioni hanno spinto le aziende soltanto a pubblicare maggiori informazioni sui loro sforzi per ridurre le emissioni di gas serra. Soltanto!
Il dato segnala soprattutto una netta inversione di tendenza da parte di alcuni imperi della gestione patrimoniale, come BlackRock e Vanguard.
Se i grandi fondi pensione continuano essenzialmente a fare la stessa cosa che hanno sempre fatto (cioè non considerare per nulla le istanze climatiche), i giganti della finanza BlackRock e Vanguard stanno compiendo una vera e propria marcia indietro, tornando a essere del tutto passivi sul tema della tutela ambientale. Vanguard si è pure spinta fino a osteggiare apertamente una campagna di azionisti pro-Esg che avrebbero voluto allargare la propria influenza nel colosso petrolifero Exxon.
Che il settore Esg stia attraversando una fase di risacca è confermato da ulteriori indicatori: per la prima volta, alla fine del 2023 i disinvestimenti dai fondi ispirati a criteri ambientali hanno registrato un netto deflusso di capitali. Inoltre, il numero di fondi Esg che chiudono supera di gran lunga il numero di quelli che nascono.
Ancora: molti investitori sono rimasti spiazzati dal boom di azioni di aziende che, per loro natura, sono agli antipodi nella scala di valori ambientali, come i grandi gruppi dei combustibili fossili e delle industrie produttrici di armi, entrambi favoriti dal conflitto in Ucraina.
I sottoscrittori, da parte loro, si sono chiesti perché penalizzarsi scegliendo di non partecipare a questa impennata dei titoli anti-ambiente. Poverini.
Nel frattempo, inesorabilmente, tutti gli impegni climatici assunti a livello internazionale sono sempre meno rispettati: le emissioni continuano a crescere, così come il consumo di petrolio e persino del carbone, che resta il più inquinante dei combustibili fossili.
Uno studio dell’Energy Institute ha evidenziato che il consumo di petrolio ha da poco superato per la prima volta i 100 milioni di barili, e nel 2023 le emissioni di CO2 sono perfino aumentate del 2,1%.

Quindi, sembra sempre più difficile che questa tendenza venga invertita dalle sole dinamiche di mercato. Senza interventi radicali, le grandi compagnie petrolifere, chimiche, siderurgiche e cementifere continueranno a operare in base a logiche di semplice e totale massimizzazione dei profitti.
Difficile che qualcosa cambi. Di certo, non nei tempi ritenuti necessari.


2 commenti
non ci resta che piangere
Non conosco i cosiddetti “parametri Esg”, e non mi avventuro pertanto su detto delicato terreno, ma da quanto mi riesce di cogliere, o percepire, ragionando con “l’uno e con l’altro”, come si usa dire, non vorrei che avesse a prendere corpo una certa qual reazione rispetto a linee di pensiero ambientaliste ritenute parecchio ideologiche o “radicali”, e di cui non si percepiscono o intravedono gli sbocchi, anche sul piano economico.
Si teme altresì che le accelerazioni nel campo della “transizione ecologica” possano avere indesiderabili contraccolpi sul sistema produttivo, posto che in tale ambito i cambiamenti devono verosimilmente avvenire con gradualità, giacché non si tratta di girare un interruttore, e c’è dunque da auspicare che il percorso ambientalista segua un andamento dai tratti “riformisti”, che punti all’obiettivo tenendo nel contempo conto dell’esistente.
Paolo Bolognesi 12.07.2024