di Giovanni Crema
ROMA – Alle 23 del 20 agosto 1968 gli eserciti di quattro paesi del Patto di Varsavia – Urss, Bulgaria, Polonia e Ungheria – invasero la Cecoslovacchia ed entrarono a Praga. In Italia erano tutti in vacanza ma non Ugo Intini, allora giovane redattore dell’Avanti! presente in redazione. “Fu lui da solo -ricorda Ernesto Irmici, socialista di vecchio conio- assente il direttore Arfè e De Martino, allora segretario del Psi, a gestire la comunicazione in quelle ore drammatiche e, insomma, a dettare la linea del partito”.
L’invasione di Praga del 1968, nota anche come Operazione Danubio, si riferisce all’intervento militare del Patto di Varsavia nella Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968.
Questo evento pose fine alla Primavera di Praga, un periodo di riforme politiche e liberalizzazione del paese sotto la guida di Alexander DubčekI verso “il Socialismo dal volto umano” .
Molti cecoslovacchi fuggirono all’estero. Tra i molti anche Jiri Pelikan. Giornalista, fu deputato dal 1964 al 1969; divenne direttore della televisione cecoslovacca, incarico dal quale fu allontanato nel 1968 quando venne nominato consigliere d’ Ambasciata a Roma, dove chiese e ottenne asilo politico in seguito all’invasione del suo paese. Da allora ha vissuto nel nostro paese, dove è stato anche europarlamentare nelle file del Partito Socialista Italiano dal 1979 al 1989. In quella occasione Pietro Nenni tra l’altro disse: ” È proprio contro questo nuovo corso, e non contro un pericolo
controrivoluzionario, che Mosca è intervenuta col peso massiccio delle sue divisioni militari e dei suoi carri armati. Non quindi un errore da far risalire a contingenze occasionali, ma una vera e propria incompatibilità, a sciogliere la quale possono intervenire soltanto le forze di rinnovamento che esistono, allo stato potenziale, in Unione Sovietica, come in Polonia, come nella Germania orientale, che hanno già occupato tragicamente la scena della storia in Ungheria, ma sono state finora o contenute o schiacciate come si è tentato di schiacciare quelle di Praga”.
Alexander Dubcek ebbe la sua rivincita: fu riabilitato ed eletto presidente del Parlamento federale cecoslovacco. Morì poco dopo in seguito ad un incidente stradale.
La Federazione Giovanile Socialista di Belluno uscì immediatamente con un volantino di condanna dal titolo:” Stalin vive ancora!” io ero allora segretario della FGSI e mentre lo distribuivo alla gente qualche nostalgico del regime sovietico mi rimproverò stracciando il documento.
Lo ricordo come oggi e lo conservo ancora.
Negli anni successivi con la mia famiglia deposi un mazzo di garofani rossi dove morì dandosi fuoco per protesta il giovane Jan Palach divenuto simbolo della resistenza antisovietica .
Cambiano i tempi, cambiano i regimi, cambia la politica ma Putin rinnova questo vizio russo.


1 commento
Budapest e Praga: due momenti della nostra speranza di una evoluzione del comunismo. che l’URSS combatteva.
Il capitalismo ha punito l’URSS, finita per diventare una repubblica capitalista, ove gli oligarchi si sono impossessati delle ricchezze sovietiche. Putin non mi ricorda Stalin, piuttosto gli zar.