Forse non è tanto notorio che il più grande genocidio della seconda guerra mondiale, in rapporto alla popolazione di una nazione, si verificò, dal 1941 al 1945, nello Stato della Croazia ad opera degli “Ustascia”: il recente libro di Marco Bruckner “Verso destinazione ignota” ne fornisce una preziosa testimonianza.
Nell’ambito delle commemorazioni in memoria delle vittime della Shoah, a pieno titolo va menzionato il vero e proprio genocidio compiuto nello Stato di Croazia governato da Ante Pavelić, principalmente ad opera del movimento nazionalista clerico-fascista croato denominato “Ustascia”. Qui, fra il 1941 e il 1945 perirono 60.000 ebrei ma anche ben 750.000 serbi e circa 26.000 rom oltre a decine di migliaia di bambini (1).
Il regno jugoslavo, formatosi nel 1918, si integrò in un unico Stato, che comprendeva le nazioni slave meridionali di Croazia, Slovenia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia. Queste nazioni, coltivando interessi e credi religiosi contrastanti, determinarono molteplici reazioni occidentali rispetto alle etnie coinvolte. Ad esempio, la Gran Bretagna appoggiò in prima battuta il monarca jugoslavo e successivamente il generale Mihailovic, per arrivare a sostenere, successivamente, con Churchill, i partigiani di Tito. In questo periodo, il movimento Ustascia assunse le redini politiche e amministrative del territorio croato e bosniaco, subito dopo l’occupazione tedesca del 1941, sostenuti dai regimi nazionalsocialisti e fascisti, divenendo per definizione ostile alla Serbia.
Il 6 aprile 1941 il Regno di Jugoslavia venne aggredito dalle forze dell’Asse che misero in atto la c.d. “Operazione castigo”, nome in codice dei bombardamenti aerei, effettuati dal 6 all’ 8 aprile 1941dalla Luftwaffe della Germania nazista ai danni della capitale Belgrado, quale rappresaglia per il colpo di stato che pochi giorni prima aveva deposto il governo filo-nazista. Si accodarono gli Ungheresi e i Bulgari. Il 17 aprile il comando militare jugoslavo si arrese e gli eserciti tedesco e italiano poterono così dedicarsi ad occupare la Grecia.
Dopo il 18 aprile, il territorio occupato fu diviso tra Germania, Italia, Bulgaria, Ungheria e Albania. I tedeschi presero le regioni del nord, l’Ungheria si appropriò della provincia danubiana di Backa, la Bulgaria della Macedonia jugoslava e di alcune regioni meridionali della Serbia, l’Albania (la cui corona era in capo a Vittorio
Emanuele) di parte del Kosovo e della Macedonia occidentale.
All’Italia vennero annesse direttamente le città di Cattaro e Spalato che, insieme alla già italiana Zara e ai centri vicini, formarono il “Governatorato di Dalmazia”. Alla provincia di Fiume vennero aggregati alcuni territori compresi tra la Slovenia e la Croazia, inclusa la città di Sussak. Nella parte meridionale della Slovenia venne costituita, nel maggio del 1941, la nuova “Provincia di Lubiana”. L’esercito italiano provvide, poi, ad occupare alcuni territori della Bosnia e l’intera Erzegovina, oltre al Sangiacatto e a parte della Croazia. Il Montenegro, terra natale della regina Elena, fu trasformato in protettorato militare italiano mentre la Croazia venne elevata a Stato indipendente con la corona affidata al principe di Spoleto, Aimone di Savoia, figlio del duca d’Aosta Emanuele Filiberto e nipote di Vittorio Emanuele III. Quest’ultimo, in realtà, non volle mai cingere la corona, rimanendo a Roma, per cui il potere fu sempre nelle mani di Ante Pavelić, capo degli Ustascia.
Fortemente voluta da Hitler e Mussolini, la nuova compagine nazionale croata, formata grosso modo dalla Croazia e dalla Bosnia Erzegovina, contava al suo interno quasi sei milioni di abitanti, dei quali ben tre milioni e mezzo erano croati, 2.300.000 serbi, 800.000 erano musulmani e di altre minoranze tra cui alcune decine di migliaia ebrei.
Lo Stato Indipendente Croato governato da Ante Pavelić, perseguiva l’obiettivo dello sterminio delle minoranze non croate, adottando metodi derivati dal nazismo e dal fascismo. La violenza e il terrore furono gli strumenti utilizzati dai nazionalisti croati, gli “ustascia”, per la creazione di uno Stato croato etnicamente puro (2).
Il costante richiamo alla religione cattolica e al ruolo della Chiesa sfociò in una vera e propria copertura ideologica, costituendo, purtroppo, la motivazione di molti esponenti del clero locale ad appoggiare e, addirittura, a sostenere lo sterminio di serbi, musulmani ed ebrei. Pensiamo, ad esempio, al documentato sostegno dato al regime ustascia da parte dell’arcivescovo di Zagabria, mons. Alojzije Viktor Stepinać, dell’arcivescovo di Sarajevo, mons. Ivan Sarić, e dal vescovo di Banja Luka, mons. Jozo Garić; un francescano del monastero di Siroki Brijeg, tal Berto Dragicević, fu addirittura uno dei comandanti della milizia ustascia della regione e venne anche decorato per le sue azioni (3).
Appoggiato dalla Chiesa locale, il nuovo Stato croato poneva le sue basi ideologiche e giuridiche in un profondo integralismo cattolico che escludeva ogni diversità religiosa e combatteva tutti gli ateismi: «Il centro di gravità della forza morale del popolo croato sta nella regolata vita religiosa e famigliare […] la fede e la famiglia sono il fondamento di una vita ordinata, sana, contenta e felice» (4).
In tale contesto ideologico, la religione si contaminava con la biologia e l’etica sociale con il confessionalismo, nella costruzione di una compagine statale che aveva come obiettivo l’eliminazione fisica dell’elemento non cattolico (5).
Preceduta da una politica di conversione forzata al cattolicesimo, venne, dunque, messa in atto una organizzata opera di sterminio di massa, con uccisioni e reclusioni realizzate nelle forme più atroci (6).
Il 30 aprile 1941 era entrato in vigore il decreto legge sulla nazionalità croata nel quale si stabiliva il legame indissolubile tra «cittadinanza» e «discendenza ariana», con la seguente precisazione: «Ebrei e serbi non sono cittadini della Stato indipendente croato, ma appartenenti allo Stato». Solo gli ariani, dunque, erano titolari di diritti politici e scopo ultimo dello Stato era proprio l’eliminazione delle identità nazionali non ariane (7).
In questo contesto complesso quanto assurdo appena accennato, merita menzione la vicenda umana dell’alto borghese-ebraica-triestina Medea Eppinger, del marito Carlo Bruckner, direttore di una fabbrica di birra, la Union, a Lubiana (attuale Slovenia), dei figli Nada e Bruno; la famiglia viveva, ben integrata nel tessuto sociale, a Zagabria (oggi capitale della Croazia, ai tempi città Jugoslava). Medea e Carlo non si identificavano nell’ebraismo: infatti, non esitarono a farsi battezzare non appena iniziate le persecuzioni nei confronti degli ebrei. Bruno, oggi vive a Ferrara e il giovane Marco Bruckner, suo nipote, giornalista sportivo che vive fra Milano e Londra, con il saggio “Verso una destinazione ignota”, ha reso pubblico con tatto e sensibilità il prezioso diario della bisnonna Medea, quasi cento anni dopo, diario scritto nel periodo delle deportazione e degli internamenti subite in più campi di concentramento e, in particolare a Loborgrad, aggiungendo un significativo “frammento” alla Memoria, confortato anche dai ricordi diretti del nonno. Medea trasmette efficacemente le sensazioni e gli stati d’animo di uomini e donne investiti da incredibili leggi razziali, immediati cambiamenti che attentano alla vita propria e dei figli…persone smarrite che cercano di conservare il decoro e la dignità nelle situazioni più difficili, in un’ escalation di violenza e di dolore che non risparmia nessuno, neanche i più onesti e i più abbienti. Dal diario di Medea, che era italiana, emerge la speranza riposta negli italiani e nell’Italia, sebbene anche l’ Italia fascista non fosse un luogo sicuro per gli ebrei: infatti, nelle zone controllate dagli italiani, si praticava una politica fascista più “rilassata”. La speranza di Medea era stata ben riposta, tutto sommato, fortunatamente: Medea, visto l’ultima volta a Jasenovac il marito Carlo, in seguito poté tornare a Trieste e stringere a sé i propri figli.
Oggi, nonno Bruno si definisce “una persona fortunata” e il nipote Marco, in occasione della presentazione del suo libro “Verso una destinazione ignota”, ha affermato che, nella grave situazione politica e sociale globale in cui viviamo, crede nella necessità che i giovani continuino a perpetuare il ricordo delle vicende storiche che hanno lacerato l’umanità, per agire nel bene attualmente e in futuro, impegnandosi per raggiungere posizioni economiche e sociali individuali che lo possano consentire in concreto.
La prima “Ordinanza legale per la difesa del popolo e dello stato” in Croazia risale al 17 aprile 1941 e prevedeva la pena di morte per l'”infrangimento dell’onore e degli interessi vitali del popolo croato e la sopravvivenza dello Stato Indipendente di Croazia”. Essa fu seguita dalla “Ordinanza legale delle razze” e dalla “Ordinanza legale per la protezione del sangue ariano e l’onore del popolo croato datata 30 aprile 30 aprile 1941.
Con esse veniva prevista la creazione di “uno spazio vitale croato pulito” che consentisse l’esistenza della “pura nazione croata”, e la cui condizione preliminare era la distruzione biologica di serbi, ebrei, e rom che erano stati proclamati i “peggiori nemici del popolo croato”.
Fin dal momento dell’emanazione di tali ordinanze gli Ustascia cominciarono a condurre, anche nei territori presidiati dagli italiani, una deliberata campagna di massacri, deportazioni e conversioni forzate alla religione cattolica per gli ortodossi.
Il destino degli ebrei presenti in Jugoslavia che erano fuggiti verso le zone presidiate dall’esercito italiano, si giocò in gran parte in dipendenza dell’alternarsi dell’attribuzione dell’autorità civile ai militari o al governo croato e alle bande degli Ustascia. La Seconda Armata, ricevette da Roma l’ordine di non intervenire, pur in presenza di vere e proprie carneficine e ciò avvenne anche quando gli Ustascia iniziarono a creare veri e propri campi di sterminio, come quello istituito sull’isola di Pag, sulla quale erano presenti anche presidi militari italiani.
Questo atteggiamento passivo dei militari italiani durò diversi mesi, fino a quando, cioè, la situazione generale non diventò del tutto ingovernabile, al punto da far temere alle gerarchie militari che i disordini potessero estendersi anche alla Dalmazia.
L’intervento fu determinato anche dal timore di apparire, agli occhi dell’alleato tedesco, incapaci di mantenere l’ordine su un territorio del quale si era, per molti aspetti, responsabili.
Fu così che il comandante della II Armata generale Ambrosio, a seguito di un accordo con i croati, ottenne che fossero i comandi militari italiani presenti sul territorio ad assumere i poteri civili sperando così di riuscire a ristabilire l’ordine e di far cessare gli eccidi (8).
Con un bando emanato il 7 settembre del 1941, inoltre, l’esercito italiano si impegnò a garantire l’incolumità, la libertà e la conservazione dei propri beni alle popolazioni che avessero collaborato con l’occupante.
Il provvedimento aboliva, almeno formalmente, discriminazioni religiose o razziali e ai serbi (ma non gli agli ebrei) fu consentito di recuperare tutti i diritti. I risultati di questa azione non furono quelli attesi: gli Ustascia continuarono ad imperversare.
Le violenze furono accompagnate dall’istituzione di veri e propri lager. I campi in totale furono 22 ma solo quello di Jasenovac e quello di Stara Gradiska, restarono attivi fino al 1945, gran parte degli altri, invece, funzionarono anche per poco tempo.
I primi erano stati quelli di Gospic, Jadovno, Pag che erano rimasti in funzione fino al 19 agosto 1941, quando erano stati chiusi a seguito delle ribellioni di massa dei serbi contro la politica di sterminio messa in atto dagli ustascia. Successivamente il centro dello sterminio si spostò nel lager di Jasenovac che fu attivo dal 21 agosto 1941 al 22 aprile 1945: finora sono state identificate complessivamente 84.300 vittime perite in questo campo, tra cui 12.534 ebrei (9).
Gli ultimi studi sui bambini deceduti nei lager croati rilevano un totale di 74.762 vittime (10).
Sarà stato pure per la necessità mussoliniana di rendersi in qualche misura indipendenti dal potente alleato tedesco, come si conviene a livello storiografico, ma è di conforto, sebbene minimo, sapere che si stima che fino a 10.000 ebrei jugoslavi siano sopravvissuti alla guerra nascondendosi, fuggendo o vivendo sotto la prigionia italiana. E’ confortante apprendere che chi ha vissuto esperienze estreme, come nonno Bruno Bruckner, riesce a ricordarne soprattutto gli esiti positivi e sapere che nella vita, almeno nei ricordi, il bene prevale sul male.
Note
- Paris E., Genocidio nella Croazia satellite 1941-1945, Milano, Ediz. Club degli editori, 1976, p. 7. Naturalmente sulle cifre delle vittime non vi è accordo nei vari studi, con un gioco dei numeri che lo storico Ronnie Landau ha definito «una grottesca competizione nella sofferenza». Per un quadro generale dei diversi studi in materia e delle varie conclusioni cfr. Adriano P. e Cingolani G., La via dei conventi. Ante Pavelić e il terrorismo ustascia dal fascismo alla guerra fredda, Milano, Mursia, 2011,pp. 336-338. Sugli eventi di questo periodo storico cfr. pure Tomasevich J., War and Revolution in Iugoslavia, 1941-1945. Occupation and collaboration, Stanford (California), Stanford University Press, 2001.DOI: 10.6092/2240-7715/2021.1. 39-54HUMANITIES – Anno X, Numero 19, Giugno 202140);
- Su Ante Pavelić e gli ustascia si vedano anche: Juso P., Il fascismo e gli ustascia 1929-1941. Ilseparatismo croato in Italia, Roma, Cangemi Ed., 1998; Gobetti E., Dittatore per caso. Un piccolo duce protetto dall’Italia fascista, Napoli, L’ancora del mediterraneo, 2001; Ferrara M., Ante Pavelić il duce croato, Udine, Kappa Vu, 2008.HUMANITIES – Anno X, Numero 19, Giugno 2021);
- Per evitare la cattura da parte dei partigiani di Tito, Sarić e Garić fuggirono, sotto la protezione dell’esercito tedesco, insieme al governo ustascia ed a 500 sacerdoti e religiosi collusi con il regime. Molti di essi, grazie all’azione del Vaticano, vennero sottratti alla giustizia e si rifugiarono in Spagna e in America Latina;
- Falconi C., Il silenzio di Pio XII, Milano, Sugar, 1965, p. 346;
- Cfr Michele Strazza, Genocidio in Croazia – i bambini nei campi di concentramento (1941-1945) – Humanities – anno X, n.19, giugno 2021;
- Ibidem;
- Rivelli M.A., op. cit., p. 41;
- L’accordo con i croati prevedeva la permanenza in loco di truppe croate ma le metteva alle dipendenze italiane; anche il Commissario generale amministrativo designato dal governo croato era agli ordini del comando italiano. Le locali autorità civili croate furono lasciate ai loro posti ma solo per l’ordinaria amministrazione e la collaborazione nel mantenimento dell’ordine pubblico. Cfr Alberto Bucherelli Italia e Stato indipendente croato (1941-1943) Edizioni Nuova Cultura 2012 p.168;
- Sui lager croati cfr a) Jasenovac memorial site b) Jasenovac, la Auschwitz dei Balcani (a cura dell’Associazione Most za Beograd di Bari ;
- Per le liste delle vittime cfr.www.jasenovac.org/.


1 commento
Grazie Caterina per questo pezzo di storia, di cui non sapevo quasi nulla. Avevo però trovato tracce di queste tragedie ancora ben percepibili alla fine degli anni 80, andando in vacanza in Croazia, prima della guerra. In incontri occasionali con anziani abitanti avevo infatti scoperto un forte odio verso gli italiani di allora, ancora viventi là, ed avevo intuito forti tensioni etniche fra gruppi diversi, tuttora presenti. Questo ridusse un poco il mio stupore per i massacri e le faide portati dalla guerra negli anni successivi; ne avevo visto le radici.
Ora però questa lettura mi ha mostrato quanto profonde e forti fossero queste radici, che sono etniche, religiose e politiche, e che credo che le guerre possano solo rinforzare, come l’ attualità mostra con dura spietatezza. E dire che sarebbe facile vivere in pace, semplicemente rispettando il diritto e la libertà di tutti. Mi avvicino quindi a capire le ragioni del suicidio di Primo Levi; se mi chiedo cosa direbbe oggi immagino che abbia preferito tacere per sempre, perchè forse si rese conto che il suo tentativo di evitare che succedesse ancora era senza speranza. Ma ascoltiamo anche chi, dal fondo di una lunghissima tragedia attuale, proponeva di “coltivare la speranza”. Era, significativamente, un poeta palestinese, Mahmud Darwish.