Ieri sono stato al 25 Aprile di Milano, e alcune scene che ho visto non mi sono piaciute per niente. Il video dell’aggressione alla Brigata Ebraica mi ha colpito più di tutte, tanto da non dormirci la notte.
Innanzitutto solidarietà agli aggrediti, hanno dimostrato grande dignità e sangue freddo. La via crucis che hanno dovuto passare ieri i rappresentanti dei partigiani ebrei che hanno sconfitto i nazisti mi ha riempito di amarezza. Mi dicevo: ma guarda te se i discendenti dei partigiani e degli internati nei campi di concentramento hanno bisogno di guardie del corpo alla loro festa, nella loro piazza…
Il percorso da Porta Venezia al Duomo è lungo, e ad ogni angolo c’erano gruppetti di esagitati con bandiere palestinesi pronti ad aspettarli. Su un loro striscione leggo “dalla Palestina al Donbas”. Dove avvengono le infamie Putin non manca mai.
Poi arrivi in Piazza e capisci che si sono organizzati davvero bene: una marea di bandiere palestinesi hanno occupato tutto lo spazio davanti al palco. Il Sindaco Sala si sente ma non si vede. Bandiere partigiane sparite, pure quelle con falce e martello. Io l’ho trovata una grande mancanza di rispetto.
In realtà ho scoperto che ci sono tutti molto abituati, a queste manie di protagonismo di comunisti e centri sociali, ma ieri io ho visto un fatto nuovo e ve ne vorrei parlare.
I ragazzini che hanno aggredito lo striscione di Sinistra per Israele e che – ironia della sorte – chiedeva proprio “due popoli due stati”, non erano dei manifestanti, erano dei maranza. Parliamo di una sottocultura giovanile che specie nel Nord Italia è il “simbolo” degli immigrati arabi e magrebini di seconda generazione. Trap, cultura della strada, ostentazione di certi capi di abbigliamento, misoginia e machismo… fin qui nulla di nuovo, ma c’è di più.
Il disagio che è all’origine del fenomeno maranza recente, come a quello delle baby gang a cui purtroppo è intrecciato, è quello delle periferie, dei grandi paesi dormitorio della pianura padana, dove centinaia di migliaia di immigrati non hanno trovato la via per una vera integrazione, pur essendo inseriti perfettamente nel sistema produttivo del Paese. Perché? Perché lì vivono tra di loro, lavorano tra di loro, si sposano tra di loro, e quando i loro figli escono e vanno in centro, come i figli degli altri italiani, ecco che le differenze diventano un identitarismo a cui aggrapparsi e da sbandierare fieramente.
Questi maranza (questi, tutti maschi) non sono solo fieri della loro cultura araba, c’è un “noi” e un “loro” in ogni tik tok, ed anche qui nulla di nuovo da qualsiasi altra sottocultura giovanile. C’è di nuovo che la loro cultura sta innanzitutto diventando il fattore religioso: l’Islam. Mi stupì molto il video di quell’influencer maranza, centinaia di migliaia di follower, che predicava il digiuno ai ragazzi e spiegava che se durante il Ramadan non hai le labbra screpolate sei uno sfigato. Mi stupì molto perché quando ero più giovane io, lo “sfigato” semmai era quello che andava in Chiesa. Ogni sottocultura giovanile, ogni movimento “di strada”, ha sempre predicato la ribellione contro il “potere”, innanzitutto quello familiare e poi quello religioso. Nel caso dei maranza invece è il contrario, la famiglia e la religione è il loro contro-potere!
Raphaël Glucksmann ne parla in “I figli del vuoto” e dalla Francia ha una visione molto chiara di questo fenomeno: si parla tanto di integrazione, ma a che cosa? Se sono innanzitutto le nostre società ad essere individualizzate, lo spazio pubblico privatizzato, il comune bandito, con cosa si dovrebbero identificare le persone? Gli immigrati non hanno un problema diverso dal nostro, insomma. C’è allora chi imbraccia il proprio benessere, chi si indentifica con i propri desideri, e chi imbraccia la religione. La religione “del paese di origine” da contrapporre ad un paese che ti mal sopporta, da usare come identità forte, indistruttibile: la religione che dà senso di esistere e senso di missione. Una bell’antidoto contro il vuoto…
Per Glucksmann la soluzione è la “piazza pubblica”, e cioè riprendere una narrazione comune, civica (ah, i francesi…), universale, una missione repubblicana che unisce tutti: dare senso ad un’intera società. Io sono d’accordo. Lì in Francia sono gli ideali repubblicani, in Italia è la Costituzione. Però porca miseria, il 25 Aprile la pizza pubblica c’era, eccome se c’era, c’era la Costituzione, c’era il senso civico dei milanesi che erano centomila, come mai non ha funzionato?
Come mai, non tutti, ma centinaia di arabi erano lì solo per la Palestina, della Liberazione non gliene fregava nulla, ed era evidentissimo: bastava osservare le posture (disinteressate al contesto), ascoltare i loro discorsi (non un Bella Ciao), parlarci – ho avuto un piccolo battibecco. Con buona pace dei comunisti, che essendo sempre meno ricorrono al paternalismo con gli stranieri per fargli fare il lavoro di coreografia, quelli erano lì per portare la “loro” bandiera alla “vostra” manifestazione. E questa cosa mi riempie di amarezza perché ieri doveva esserci solo un noi. Mi ha riempito di commozione lo spezzone dei partigiani rom, erano bellissimi. Arabi che hanno combattuto contro i nazifascisti saranno esistiti, no?
Ieri la piazza pubblica ha fallito, con un corpo estraneo che si sentiva estraneo e voleva essere estraneo. E la colpa sta culturalmente tutta a sinistra, che non si rende conto dei limiti dell’intersezionalismo, che va bene come paradigma giuridico, ma non va bene per la politica. Non si può impostare il discorso pubblico con “ci sono gli immigrati, le donne, gli omosessuali, poi i trans, poi i disabili, le infinite identità di genere eccetera eccetera” e ognuna di queste identità ha una scala di oppressione, ed è più oppresso chi le colleziona tutte. Quindi a chi è più oppresso di te non gli puoi dire nulla, neanche quando segrega le proprie mogli. Non si imposta il discorso pubblico sul vittimismo (l’emancipazione inizia quando il vittimismo finisce), sul paternalismo (perché gli intersezionali si pongono come “enti certificatori” degli oppressi), e soprattutto non si imposta il discorso pubblico individualizzando le identità in mille pezzi. Mille pezzi tra loro estranei ed in conflitto. Invece, il discorso pubblico si imposta unendo.
Nella piazza pubblica si entra da cittadini, da lavoratori, da persone. Ognuna con le sue diversità, certo, ma per comporre alla fine un’unica pluralità, non tanti segmenti di diversità! La Repubblica Italiana nata dalla Resistenza ha questa missione, che è universale, e cioè vale per tutti: per i cristiani e per i musulmani, per gli europei e per gli afrodiscententi, tutti uguali membri di un’Italia plurale. Non ci sono tante Italie, ce n’è una sola.
Se vogliamo vincere la sfida dell’integrazione, unendo tutte e tutti nei valori universali di libertà, uguaglianza e solidarietà, noi a sinistra dobbiamo allora guardarci molto bene dalla retorica intersezionale. Imbracciare le libertà eguali di Turati invece. Rivendicare la pluralità dell’unico, e non le diversità dei divisi.
Altrimenti finiamo per giustificare i fatti di ieri come “bravata di giovani, poveri, immigrati, arabi, contro l’ebreo ricco e potente”. Ma questa è già propaganda nazista.
