di Giovanni Crema
1946 Trattato italia – Belgio: Uomini in cambio di Carbone. 70 anni fà la tragedia di Marcinelle con 262 minatori morti di cui 136 italiani.
Nell’immenso impianto minerario del Bois du Cazier dalla fine degli anni quaranta trovarono impiego centinaia di minatori giunti dall’Italia in virtù di un trattato siglato ottant’anni fa nel giugno del 1946 e voluto dal secondo Governo guidato da Alcide De Gasperi nella sua visione del ruolo della circolazione delle persone e del lavoro nella visione europea e ci permette di fare il punto circa le promesse mantenute e anche le mancate realizzazioni di questa “Europa del lavoro”.
Un accordo controverso, la cui valutazione, a distanza di anni e alla luce delle realizzazioni (a tratti drammatiche) che ne sortirono, diviene un’occasione per interrogarsi sulla distanza che talora si può ravvisare nella storia tra la visione europea dei Padri fondatori e le concrete vicende che, nel bene e nel male, hanno fatto l’Europa.
L’accordo italo-belga del 1946, oggetto in seguito di successive integrazioni e precisazioni, prevedeva infatti che il Belgio accogliesse migliaia di lavoratori italiani nelle miniere di carbone belghe e assicurava all’Italia un’importante fornitura di carbone, proporzionale al numero di minatori inviati. In questo modo, il Belgio superava la carenza di manodopera che ne stava rallentando la ripresa industriale, mentre l’Italia, Paese sconfitto nella seconda guerra mondiale e che versava in condizioni economiche disastrose, trovava una valvola di sfogo alla dilagante disoccupazione che caratterizzava il dopoguerra e si garantiva una materia prima indispensabile alla Ricostruzione.
Garantiva poi la possibilità di inviare rimesse economiche che contribuirono al sostentamento di intere comunità e nella nostra provincia lo ricordo benissimo.
Ma all’ombra dei trattati si aprirà il dramma di migliaia di lavoratori, che si troveranno ad affrontare durissime condizioni di vita e di lavoro, che susciteranno vane critiche dello stesso governo De Gasperi e saliranno drammaticamente alla ribalta alcuni anni dopo la sua morte, quando un incendio scoppiato nella miniera di Marcinelle perderanno la vita 262 persone, tra cui ben 136 immigrati italiani.
Marcinelle non fu solo un incidente, fu la rivelazione di un sistema. Di una sicurezza inesistente, di impianti obsoleti, di una gestione che sacrificava vite per la produzione. Fu la denuncia di un accordo che aveva trasformato uomini in numeri, famiglie in statistiche, speranze in carbone.
In quel tragico 8 Agosto 1956 fu scossa l’opinione pubblica europea costringendo a rivedere le politiche di sicurezza.
Subito dopo il disastro, l’ Italia sospese temporaneamente e ridusse drasticamente i nuovi invii di lavoratori, frenando di fatto la stagione dei trasferimenti di massa.
Le lotte sindacali del dopoguerra portarono ad un progressivo pareggiamento dei diritti e delle tutele previdenziali dei lavoratori stranieri.
Segnò la fine dell’idea che il lavoro potesse essere barattato con carbone. Segnò l’inizio di una nuova consapevolezza: che la sicurezza non è un optional, che la dignità non è negoziabile, che la vita non può essere sacrificata per la produzione.
Nacque una nuova attenzione verso i diritti dei lavoratori all’estero. Nacque la consapevolezza che l’emigrazione italiana non è solo una storia di partenze, ma una storia di sacrifici, di lotte, di conquiste civili.
Una storia che non può essere più relegata a memoria circoscritta, ma riconosciuta come una delle grandi vicende nazionali.
Ma oggi non dobbiamo ricordare quella tragedia solo per il dolore. Quella drammatica vicenda rappresentò uno dei passaggi che prepararono il terreno al miracolo economico degli anni successivi ma fu anche uno dei tasselli del processo che avrebbe portato alla Comunità Europea del Carbone e dell’ Acciaio il primo nucleo della’ integrazione continentale.
La politica italiana comprese prima di altri che energia, industria e lavoro erano aspetti inseparabili di una strategia nazionale.
In questi ultimi anni, anche a causa di un pesante clima internazionale pieno di tensione e purtroppo anche di scontri, il tema dell’energia è tornato prepotentemente attuale. La politica odierna denuncia il costo dell’energia italiana, ormai superiore a quello di molti paesi concorrenti, ma dimentica che gran parte delle resistenze che hanno bloccato per decenni un piano energetico nazionale provengono proprio da quella cultura politica che ha trasformato ogni infrastruttura in terreno di scontro ideologico.
Oggi c’è chi parte da Napoli, Torino o Palermo verso Bruxelles, e da chi arriva in Italia da molto più lontano. Gli italiani residenti all’estero hanno ormai superato i sei milioni e quattrocentomila, con oltre un milione e seicentomila partenze in vent’anni; e non si tratta soltanto della cosiddetta “fuga di cervelli”, perché a muoversi è il Paese intero, e il Mezzogiorno più di ogni altra parte.
Riguarda oggi il riconoscimento delle qualifiche professionali, la portabilità dei diritti previdenziali, i contributi versati in più Stati che devono parlarsi tra loro, la lotta al lavoro grigio e nero – che non sparisce di certo attraversando un confine – e l’accesso effettivo ai servizi sociali per chi vive lontano da casa.
Sono storie quotidiane: la famiglia italiana a Bruxelles che deve ricongiungere i periodi contributivi maturati in due Paesi, il giovane partito per il Nord Europa che rischia un buco previdenziale. Ma lo stesso identico lavoro riguarda anche chi in Italia ci arriva: la giovane lavoratrice domestica accompagnata nei suoi diritti, il rider assistito sulle tutele assicurative, l’infortunio o la malattia professionale da far riconoscere a chi spesso nemmeno padroneggia la lingua per orientarsi da solo.
Da qui il passaggio all’Europa. Il lavoro e la libera circolazione dei lavoratori sono stati uno dei pilastri dell’integrazione europea. Il lavoro deve essere tutelato, perché è un diritto; sicuro, perché di lavoro si deve vivere e non morire; dignitoso e ben retribuito; stabile, perché la precarietà è una perdita di libertà.
L’Europa che vogliamo è quella dei diritti, della giustizia sociale, del Pilastro europeo dei diritti sociali, della solidarietà e dell’accoglienza, per chi arriva oggi come per chi emigrava ottant’anni fa, fuggendo dalla miseria, dalla fame o dalla guerra.
Anche noi siamo stati migranti, non dimentichiamolo mai. Le miniere del Belgio sono il simbolo della fatica e del lavoro disumano, ma anche delle lotte sindacali per i diritti e dell’emigrazione stessa. Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario di Marcinelle e onoriamo le vittime anche per ribadire che vogliamo un’ Europa dei diritti, di un lavoro dignitoso e di un salario giusto. Un’ Europa dell’uguaglianza, della solidarietà, della democrazia e della pace perché o si afferma l’Europa dei diritti e della solidarietà, o l’Europa muore.
Un grande politico riformista Filippo Turati disse più di cento anni orsono: “Abbiamo bisogno degli Stati Uniti d’Europa, altrimenti diventeremo una colonia di quella nostra ex colonia di un tempo, gli Stati Uniti d’America”.
Da quella tragedia è nata la Giornata del Lavoro Italiano nel Mondo, celebrata ogni 8 agosto. Ma da questo dovrebbe nascere anche un dovere civile e un impegno politico corale e imprescindibile: che la storia dell’emigrazione italiana entri nelle scuole, nelle università, nella cultura pubblica.
Che diventi parte significativa della Storia d’Italia, per essere stata una diaspora che in poco più di un secolo ha visto partire 29 milioni di italiani per le terre d’emigrazione in ogni angolo del mondo.
Settant’anni dopo Marcinelle continua dunque a parlare. Proclama un monito per l’intera umanità. Ci ricorda che il lavoro è dignità, ma può diventare tragedia quando la dignità viene negata.
Ci ricorda che gli emigrati italiani hanno costruito il mondo con le loro mani, spesso pagando un prezzo altissimo. Ci ricorda che la sicurezza non è un lusso, ma un diritto. Ci ricorda che la memoria non è un esercizio del passato, ma un impegno del presente.
È un monito, è una ferita, è una responsabilità, è un tributo alla vita di 262 uomini che non devono essere dimenticati. E soprattutto è un dovere, quello di continuare a raccontare e fare memoria.
Ma la storia di quel lontano 1946 e di quel benessere che scaturì da quelle intuizioni e grandi sacrifici continua a parlarci.
Ci ricorda che il lavoro non nasce per decreto, che lo sviluppo non si costruisce contro l’ economia e che il benessere di una nazione richiede visione, coraggio e responsabilità.
Le qualità che consentirono all’Italia di rialzarsi allora e delle quali oggi si avverte nuovamente il bisogno.

