È morto in una terra straniera, ma più ospitale della sua patria, ed è rimasto lì dove oggi riposa.
Non ci fu la fiammata di una rivoltella o l’esplosione di una pallottola, ma la congiura contro di lui e la sua comunità fu più efficace di un killer o di un cecchino.
È stato il simbolo di una stagione della politica che poteri forti volevano spazzare via.
Si chiamava prima repubblica, che ha accompagnato la vita del nostro paese dal dopoguerra sino ai primi anni del ’90.
Furono anni in cui la politica era autorevole, aveva il primato sul governo delle vicende del paese, e costruì due boom economici incredibili (anni ’60 e anni ’80).
Fu una lunga stagione nella quale furono realizzate grandi riforme che cambiarono radicalmente il volto della nazione.
Nel mondo del lavoro, (Statuto dei lavoratori), nel campo del progresso sociale (Piano casa, case popolari), sul terreno dei diritti civili, (divorzio, aborto) l’Italia fece straordinari balzi in avanti sul percorso del progresso.
Era in costante crescita, le differenze tra le fasce sociali si erano assottigliate, i cittadini erano liberi. La politica governava con autorevolezza la grande finanza e non le permetteva di spadroneggiare ovunque, tra la gente o sulle istituzioni.
Il prestigio internazionale dell’Italia era altissimo e all’estero incutevamo rispetto e non suscitavamo irridenti risate.
Le imprese crescevano, ma non a danno dei lavoratori. La popolazione era evoluta e i livelli culturali alti. La sanità funzionava e i giudici facevano solo i giudici.
Le infrastrutture si realizzavano e non c’erano pezzi della società che si sentivano abbandonati.
La scuola e l’università producevano cultura e i ragazzi non erano costretti a trovare rifugi in terre straniere.
L’economia progrediva, le distanze tra le fasce sociali si assottigliavano e il benessere era largamente diffuso tra la popolazione.
Poi tutto finì.
Quella politica della prima repubblica doveva morire.
La grande finanza pretendeva il controllo delle istituzioni, i giudici pretendevano di fare di tutto e di mettere le mani su tutto, i poteri stranieri ci guardavano come terra di conquista.
Fu una dichiarazione di guerra e, come in tutte le guerre, abbattere i simboli, colpire i capi, significava la resa degli eserciti. Ma non di tutti.
Qualcuno fu risparmiato, non fu toccato, ma non perché non era coinvolto, solo perché era un complice.
E poi vennero i vandali del terzo millennio. Chiamati all’appello dai santoni del rinnovamento, reclutati per strada o con le borse piene di denari, nuove orde di menagrami iniziarono le scalate delle istituzioni.
Si chiamò “gentismo” e generò il populismo.
È quello che vediamo oggi, e il paragone con quello che fu distrutto, ci fa solo rimpiangere il passato. L’Italia è ferma da 30 anni, non solo non cresce ma regredisce, e la grande battaglia per “l’honestà” è fallita miseramente.
Allora si trattava di finanziamenti irregolari, oggi si ruba per comprare i vibratori o i preservativi.
La dignità delle istituzioni è sotto le scarpe, la qualità della politica è da stato delle banane, il livello della società fa solo passi indietro.
La finanza, grande o piccola spadroneggia e l’Europa ci umilia.
Lo stile e i comportamenti sono sotto terra e il prestigio del paese è fatto a brandelli strappato, ogni giorno di più, da una classe politica che non è più neanche un gregge, ma solo una congrega intenta a inseguire la propria conservazione.
Lo spettacolo è una desolazione e la vita politica è un cinema che trova sempre meno spettatori.
La gente è stufa e c’è ancora chi ricorda il paese che fummo e oggi, guardando indietro, finalmente capiamo che quella Italia, che hanno voluto distruggere in una faida di potere, era stata una grande Italia e che quelli che la guidavano erano stati grandi statisti.
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.


2 commenti
Quando ci recammo ad Hammamet, nel decennale della sua morte, mentre camminavamo per strada più d’uno, sentendoci parlare, ci chiedeva se dall’Italia eravamo venuti in Tunisia per far visita alla tomba di “Monsieur le President”, a dirci della stima e del rispetto di cui colà godeva ancora quello Statista, che oggi sentiamo tardivamente rivalutare anche tra le fila di chi allora gli fu acerrimo e furioso nemico (pur se qualcuno di loro lo fa “a denti stretti”, ma non può tuttavia sottrarsi all’evidenza dei fatti).
Purtroppo le nuove generazioni non hanno conosciuto quella prospera stagione, e quelle personalità che resero grande il nostro Paese, anche sul piano internazionale, e seppero interpretare l’alto ruolo svolto dalla politica nella vita di una Nazione, e sta a noi rinverdirne il ricordo, e mantenerlo vivo, e così facendo, anche se i socialisti non ritorneranno ad essere protagonisti sulla scena politica, avremo comunque reso giustizia alla memoria di un uomo immeritatamente “morto in una terra straniera”.
Paolo Bolognesi 20.01.2024
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