È stato il simbolo di una stagione della politica italiana che poteri forti volevano spazzare via.
Si chiamava prima repubblica che ha accompagnato la vita del nostro paese dal dopoguerra sino ai primi anni dell’ultimo decennio del 900.
Furono periodi in cui la politica aveva il primato nel governo delle vicende del paese.
In quegli anni furono costruiti due boom economici (anni ’60 e anni ’80).
Grandi riforme furono realizzate nel mondo del lavoro (Statuto dei lavoratori), nel campo del progresso sociale (Piano casa, case popolari), sul terreno dei diritti civili, (divorzio, aborto).
Il paese era in costante crescita, le differenze tra le fasce sociali si erano assottigliate, i cittadini erano liberi.
Era una politica che governava la grande finanza e non le permetteva di spadroneggiare ovunque, tra la gente o sulle istituzioni.
Il prestigio internazionale dell’Italia era altissimo e all’estero incutevamo rispetto e non suscitavamo irriverenti risate.
Le imprese crescevano, ma non a danno dei lavoratori.
La popolazione era evoluta e i livelli culturali alti: solidarietà e accoglienza erano dei valori.
La sanità funzionava e i giudici facevano solo i giudici.
Le infrastrutture si realizzavano e non c’erano pezzi dell’Italia che si sentivano abbandonati.
Poi tutto finì.
Quella politica, della prima repubblica, doveva morire.
La grande finanza iniziò a pretendere il controllo delle istituzioni, i giudici a pretendere di fare di tutto e mettere le mani su tutto.
Fu la dichiarazione di guerra e, come in tutte le guerre, abbattere i simboli, colpire i capi, significava la resa degli eserciti.
Ma non tutti dovevano essere colpiti.
Qualcuno fu risparmiato, non fu toccato, ma non perché non era coinvolto, solo perché era un complice degli assassini. O forse il mandante.
Quello che vediamo oggi, il paragone con quello che fu distrutto, ci fa solo rimpiangere il passato. L’Italia è ferma da 30 anni, non solo non cresce ma regredisce.
La grande battaglia per “l’honestà” che guidò quelle orde di barbari è fallita miseramente.
Dicevano di aver estirpato il marcio e invece è cominciato esattamente un minuto dopo.
Prima si trattava di finanziamenti irregolari dopo si è rubato anche per comprare i vibratori o i preservativi.
E l’Italia l’hanno distrutta.
La dignità delle istituzioni è sotto le scarpe, la qualità della politica è da stato delle banane, il livello della società fa solo passi indietro ritornando a modelli di pensiero quasi medievali.
La finanza, grande o piccola che sia, spadroneggia e l‘Europa si umilia.
E oggi, guardando indietro, finalmente capiamo che quella Italia era una grande Italia e che quelli che la guidavano erano grandi statisti.
Craxi ne rappresentò l’apice luminoso.
Oggi uomini illustri della destra, eredi di quegli stessi che sventolarono i cappi tra i banchi di Montecitorio o che si affollarono davanti il Raphael a lanciare le monetine, accorrono sulle spiagge di Annibale a rendergli l’onore alla memoria.
La sinistra estrema e radicale invece è silente.
I primi si dovrebbero imbarazzare per la ipocrisia della sceneggiata i secondi si dovrebbero vergognare per i misfatti commessi.
In nome dell’anticomunismo c’è qualcuno che vorrebbe appropriare il nome di Bettino al fronte della destra Meloniana.
Anche questo è blasfemo.
Craxi fu certamente anticomunista, come Matteotti, come Turati, ma fu anche dichiaratamente antifascista.
Guidò per anni un governo sostenuto da forze moderate, anche liberali, ma PCI e MSI erano fuori dai giochi relegati alle estreme.
Fu progressista e non conservatore, realista e non populista, cosmopolita e internazionalista e non sovranista.
Trascinare il suo nome a fianco di chi non si definisce antifascista, anzi è fascista, è una bestemmia.
Accostare lui, che ha sbattuto la porta in faccia a Reagan, alla figura di una premier che si mette a pecoroni davanti un energumeno come Trump è uno sfregio alla storia.
Avvicinare la figura di chi, come Bettino, guardava al Mediterraneo come a una risorsa, ha sostenuto il popolo palestinese, ha scelto di vivere i suoi ultimi anni in Tunisia, pensava che la solidarietà e l’accoglienza fossero valori non negoziabili, a personaggi come Salvini e Vannacci è un sacrilegio.
Gli ultimi giorni di Craxi finirono sulla spiaggia di Hammamet esattamente dove il pusillanime Salvini, sedicente “difensore dei confini della patria”, voleva ricacciare i barconi di profughi.
Craxi ai giorni d’oggi: immaginatelo ad avere a che con fare i personaggi nazionali e internazionali che calcano le scene delle vicende contemporanee.
Provate ad accostatelo a Trump, a Putin, a Netanyahu, alla Von der Layen, a Orban, oltre che alla pletora di figure nostrane.
Nessuno potrà mai sapere cosa avrebbe pensato Craxi della situazione politica attuale ma la sua storia, il suo pensiero, i suoi discorsi, i suoi scritti ci dicono quali parole si dovrebbero scrivere nell’emistichio di una immaginaria lirica sulla sua vita.
Libertà, solidarietà, progresso, democrazia.


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