«Non sono più disposto a uccidere o a morire per un governo che non rappresenta né me né gli interessi del Paese». Lo ha detto, e scritto, un 29enne israeliano impiegato nel settore dell’high-tech che, da ottobre a dicembre del 2023 è stato riservista e ufficiale di fanteria nella Brigata Gerusalemme, nel nord di Gaza.
Lui, e altri 129 come lui, hanno avviato uno scomodo movimento pacifista nel cuore di Israele. Una sorta di «Not in my name» come tanti già nati per contrastare diverse posizioni prevaricanti della politica, in varie parti del mondo. Adesso tocca a Israele.
Questi 130 soldati israeliani dichiarano lo sciopero dal servizio fin quando Netanyahu non raggiungerà un accordo per il rilascio dei 101 ostaggi ancora prigionieri a Gaza.
Molto di loro, prima ancora di entrare nella Striscia, sono stati per alcune settimane a Sde Teiman, la base diventata tragicamente nota per gli abusi sui detenuti palestinesi. Da qui la loro indignazione.
Il documento, sottoscritto a settembre, è diventato pubblico solo questa settimana, suscitando scalpore nell’opinione pubblica nazionale. E internazionale.
L’esercito è un pilastro di Israele: ragazzi e ragazze prestano servizio militare obbligatorio da uno fino a tre anni. Al termine restano arruolabili come riservisti per i successivi vent’anni. Solo una piccola minoranza rifiuta la chiamata. Molti si rendono disponibili anche dopo, come volontari, perché contribuire alla difesa del proprio paese è un valore socialmente condiviso.
Va anche detto che dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 le defezioni si sono praticamente azzerate. Perfino Dan Eliav, 63enne e perciò esentato, ha fatto di tutto per tornare sul campo. Ci è riuscito entrando nella guardia di sicurezza della comunità in cui risiede, vicino ad Haifa, presentandosi col fucile di ordinanza in spalla.
“All’indomani del 7 ottobre ho avvertito l’urgenza di combattere per la sopravvivenza di Israele. E l’ho fatto” – racconta – “Ora, però, la minaccia è stata rimossa.
Non si tratta più della salvaguardia del Paese ma della volontà del premier di prolungare a oltranza il conflitto per raggiungere i propri obiettivi. Cioè restare al potere il più a lungo e evitare i processi”.
Quello Israeliano è nato come esercito di difesa: deve garantire la sicurezza del Paese. “E quest’ultima non si ottiene solo con la forza, bensì con la politica e il negoziato. Proprio quanto Netanyahu ostinatamente rifiuta“, sostiene Dan Eliav. E non è il solo a farlo.
«Lo abbiamo compreso di colpo a novembre quando, dopo il primo accordo con cui sono stati rilasciati 105 sequestrati, l’esecutivo ha deciso di riprendere i combattimenti», afferma uno dei 64 che hanno firmato la lettera col proprio nome ma ora chiede di restare anonimo, perché ha paura.
Allora, questo ricercatore 26enne era arruolato nel Battaglione 923, in servizio a Beer Sheva. «All’inizio pensavo di essere là per una causa concreta: salvare le vite dei civili nel sud. Poi, man mano che diventava palese la distruzione massiccia della Striscia, mi sono reso conto che le ragioni erano ben altre. Perciò, quando mi hanno offerto di entrare a Gaza, ho detto no».
Da tali riflessioni è scaturito, già ad aprile scorso, un primo documento che minacciava l’obiezione dopo l’incursione dell’esercito a Rafah, dove erano ammassati quasi due milioni di profughi.
Cinque mesi dopo, quando è stato lanciato un nuovo documento, le adesioni sono triplicate. «Le ragioni sono due: il protrarsi del conflitto e l’avere scelto di concentrarci sull’urgenza di riportare a casa gli ostaggi, su cui c’è ampio consenso nella società israeliana», sottolinea il ricercatore 26enne. «Il ritorno degli ostaggi tocca i fondamenti etici su cui si basa l’identità stessa Israele: la cura reciproca e la certezza di non lasciare indietro nessuno. Consentire che vengano meno, con l’abbandono dei rapiti, vuol dire mutare il Dna del Paese. Israele non sarebbe più ciò che è. Salvare l’essenza della nazione è la vera battaglia che dobbiamo combattere».
Il costo di questa defezione può essere salato. Chi rifiuta di tornare in servizio come riservista rischia fino a un anno di carcere.
Sia Michael sia il 26enne, comunque, l’hanno fatto: il primo a giugno , il secondo una settimana fa. Per questo possono essere processati in ogni momento. «Ma ne varrebbe la pena», dice Michael.
L’esercito, intanto, minimizza. Alla richiesta di un commento un alto ufficiale si è limitato a rispondere: «Ci risulta che solo cinque dei firmatari siano in servizio come riservisti. L’effetto reale non è, dunque, rilevante».
“Rispetto alla lettera di aprile” – rivela ancora il 26enne – “stavolta stiamo ricevendo molti più messaggi da parte di colleghi che, pur non avendo aderito, condividono la nostra posizione. La pressione internazionale è condizione necessaria ma non sufficiente per fermare la guerra.
Occorre anche l’opposizione interna. Esiste. Si tratta solo di farla emergere. Ciascuno di noi deve fare la sua parte“.

